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San Pietroburgo, la città dei bagliori di Jan Brokken

“Se San Pietroburgo non fosse esistita, avrei inventato io questa città che sonnecchia sul fiume, come uno stato d’animo che mi corrisponde per sempre”. Se è vero che non ci sono occhi migliori di un intento osservatore per descrivere una città, un personaggio o un evento, allora è altrettanto vero che non esistono occhi migliori di un innamorato per narrare un amore. Ed è proprio questa la singolare coincidenza che vede protagonista Jan Brokken nel suo ultimo libro Bagliori a San Pietroburgo (Iperborea 2017) dove il grande giornalista olandese, comparando i suoi due viaggi nella città russa nel 1975 e nel 2015, racconta le figure emblematiche, i luoghi della memoria e i fatti che hanno indelebilmente caratterizzato San Pietroburgo.

I suoi abitanti la chiamano premurosamente con il nome olandese Piter e lo stesso Brokken ci spiega il perché:“Gli intellettuali di Pietroburgo […] amano guardare all’Occidente, ma provano ancora repulsione per i tedeschi. L’assedio di Leningrado, durato 871 giorni, è costato la vita a un milione di abitanti. Qui il tedesco rimane una lingua infetta, per questo l’origine di Peterhof  e Kroonstad (Kronstadt) va decisamente ricercata nell’olandese”. Il primo “bagliore” che Brokken ci regala è riservato alla poetessa (anche se lei preferiva farsi chiamare poeta al maschile) Anna Achmatova e alla statua a lei dedicata dinanzi all’ex prigione di Krestij dove ogni giorno attendeva notizie del figlio detenuto. È il ritratto di una donna fiera, orgogliosa e tutta d’un pezzo, un’intellettuale che il regime comunista ha sempre visto come il fumo negli occhi senza, tuttavia, avere il coraggio di osteggiarla apertamente.

È davvero una pietroburghese vera, la Achmatova, nella descrizione che ne fa Brokken: “L’Achmatova sarebbe mai diventata l’Anna Achmatova che conosciamo se avesse trascorso tutta la vita a Mosca? […] la sua figura, il suo stile, rispecchiavano Pietroburgo – i russi di altre parti direbbero: l’arroganza di Pietroburgo. Da vera pietroburghese guardava a Occidente come a Oriente, apparteneva in modo assoluto alla Russia e a quanto di più raffinato la Russia aveva da offrire, pur rimanendo in parte un’estranea, una donna troppo sofisticata ed elegante per la Russia comunista”. Ma non c’è solo Anna Achmatova. Le pagine di Brokken sono piene di personaggi famosi: Osip Mandel’štam e Sergej Esenin, Šostakovic e Cajkovskij, uno dei celebri assassini di Rasputin, il conte Feliks Jusupov e Nina Berberova. E ancora Rachmaninov, Stravinskij, Nabokov e Tarkovskij. Tutti questi grandi intellettuali rappresentano realmente un unico e originale cenacolo umano sebbene appartengano tutti a periodi storici diversi. Così è per Andrej Belyj e Kazimir Malevic, il fondatore dell’arte russa moderna con il “suprematismo”, il sentimento puro nell’arte figurativa, e della sua famosa opera il Quadrato nero che “si connetteva nel senso più profondo a una lunga tradizione religiosa russa”. Vi è poi la carismatica figura di Lev Gumilëv, il figlio di Anna Achmatova, geografo ed etnografo che ha scritto la storia dei popoli della steppa e da cui Vladimir Putin ha ripreso il mito di un regno euroasiatico come reale contrappeso all’egemonia atlantica degli Stati Uniti divenendo così l’ispiratore della politica euroasiatica dell’attuale Presidente russo.

Da questo punto di vista, San Pietroburgo è davvero il centro silenzioso della Russia, il luogo dove maturano le ambizioni del popolo russo. Fu proprio qui che, nel 1991, Smol’nyj venne indicata come sede del Municipio e da dove sarebbe stata ripresa l’opera del leggendario Segretario del Partito comunista russo degli anni ‘30 Sergej Kirov grazie al duo Anatoly Sobchak–Vladimir Putin. Già, proprio lui. L’attuale Presidente della Russia. E si può poi immaginare San Pietroburgo senza pensare a un dei suoi figli prediletti ossia Fedor Dostoevskij? È noto come il grande scrittore russo ebbe una vita molto travagliata, segnata dagli anni passati in Siberia e conclusasi tragicamente a causa dell’aggravarsi del suo enfisema. Oberato dai debiti e costretto a vivere in una modesta casa di Pietroburgo, Dostoevskij riuscì a trasferire nelle sue opere l’umanità della gente comune perché Dostoevskij scriveva “dal punto di vista dei suoi personaggi, scriveva dal punto di vista degli umiliati e offesi, dava loro un linguaggio, un modo di pensare, esprimeva la loro grettezza, collera, malvagità, il loro disprezzo, i loro piaceri ed espedienti e la loro piccola ed esitante poesia” così lontano da quel Ivan Turgenev che, al contrario, non riscuote le simpatie di Brokken: “L’estrazione aveva per Turgenev un’importanza fondamentale. Proveniva da un’antica famiglia aristocratica, di boiardi; sua madre possedeva una tenuta con cinquemila anime. Guardava dall’alto in basso Dostoevskij perché era figlio di un medico che lavorava all’ospedale dei poveri. E la gente così a me non piace”. Non manca poi lo spazio per trattare di particolari monumenti di Pietroburgo come la chiesa del Salvatore sul Sangue. Essa venne eretta sul luogo dove venne assassinato nel 1881 lo zar Alessandro II e il rifacimento avvenuto nel 1970 in piena era comunista resta per Brokken un mistero a meno che non si ricerchi la ragione più profonda in una particolare “devozione” dei dirigenti dell’Urss in quanto “nell’intimo coltivavano una soggezione irragionevole nei confronti delle secolari tradizioni cristiane che, malgrado repressioni e persecuzioni, continuavano a sopravvivere”. Le pagine di Brokken ci aiutano a comprendere al meglio l’anima di questa città, crepuscolare e ribelle al tempo stesso, dove ogni vicenda narrata va “degustata” senza aver fretta perché altrimenti non si riuscirebbe a capire quel particolare calore che emana da ogni strada e da ogni angolo. Ed è l’invito che, alla fine, lo stesso giornalista olandese rivolge ai suoi lettori: “È strano, a nessuna città mi sento tanto legato quanto a San Pietroburgo, e al tempo stesso nessuna mi incute altrettanto timore. È come se l’angoscia traspirasse dai muri […] In questa città mi lascio ininterrottamente distrarre; a ogni passo mi viene in mente il titolo di un libro o mi risuona in testa una musica. È una scoperta continua, c’è quasi da ammattire, vorrei fare cinque cose contemporaneamente”.