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Terroristi, la ricetta di Putin: "Sono da uccidere sul posto"

«Uccidete i terroristi sul posto» parola di Vladimir Putin, che non ha mai avuto peli sulla lingua soprattutto nella guerra ai jihadisti. Le anime belle si scandalizzeranno, ma dopo l'attentato a San Pietroburgo di mercoledì sera, che ha provocato 13 feriti, il presidente russo parla chiaro. «Ho dato istruzioni al direttore dei Servizi federali di sicurezza (Fsb) per le operazioni di ricerca e arresto di questi terroristi di agire nell'ambito della legge» esordisce Putin dinanzi ai militari russi rientrati dal fronte siriano. Poi il capo del Cremlino aggiunge che «di fronte alla minaccia di vita dei nostri agenti bisogna agire in modo deciso, non catturare neppure uno e uccidere i terroristi sul posto». Nel 1999 parlando della minaccia dei terroristi ceceni era stato più colorito, ma il concetto è simile: «Quando li troveremo, mi perdoni l'espressione, li butteremo dritti nella tazza del cesso».

In vista dei Mondiali di calcio i resti dello Stato islamico hanno annunciato da mesi l'intenzione di colpire la Russia. Putin e la sua natia San Pietroburgo sono da sempre nel mirino jihadista. L'ultimo attacco, dell'altro ieri, ha colpito un supermercato della catena Perekrestok. Uno zainetto con una bomba è stato lasciato in uno degli armadietti. Le telecamere di sorveglianza hanno ripreso un uomo arrivato con i mezzi pubblici, che lascia lo zainetto e per qualche minuto fa finta di interessarsi ai prodotti in vendita. Poi se ne va e la bomba esplode mezz'ora dopo il suo arrivo, alle 18.45 locali. Il sospetto è stato definito «non slavo», che significa proveniente dalle ex repubbliche sovietiche dell'Asia centrale o del Caucaso. San Pietroburgo è piena di migranti da oltre gli Urali. In aprile 14 persone sono morte nella metro per mano del terrorista suicida Akbarzhon Jalilov, cittadino russo di etnia uzbeka nato in Kirghizistan. Lo stesso Putin ha ricordato che sempre a San Pietroburgo «è stato sventato di attuale un attentato». L'Fsb, i servizi segreti, grazie a una soffiata della Cia, hanno individuato una cellula di terroristi asiatici, che volevano colpire la cattedrale.

Nonostante il Califfato non esista più sul terreno, la minaccia del terrore permane o è addirittura più alta di prima. La Turchia è in stato di massima allerta per il Capodanno, soprattutto ad Istanbul, per evitare che si ripeta la strage del 2016 della discoteca Reina, dove un solo terrorista, uzbeko, uccise 39 persone durante il Veglione. Ieri all'alba sono stati arrestati 38 presunti jihadisti, alcuni di origine siriana, a Bursa, non lontano da Istanbul. Altre retate sono scattate nei giorni scorsi. Nei quartieri della movida di Istanbul e sulla famosa piazza Taksim sono stati vietati i festeggiamenti all'aperto del Capodanno per timore di attacchi. Almeno 3mila combattenti dello Stato islamico sono ancora annidati in un paio di sacche lungo l'Eufrate fra la Siria e l'Irak. Caccia e droni americani e russi danno loro la caccia dal cielo, ma centinaia di jihadisti stranieri, compresi molti europei, sarebbero già fuggiti per evitare la morte o la cattura. Sul Califfo, Abu Bakr Al Baghdadi, gli Usa hanno aumentato la taglia a 25 milioni di dollari. Il primo passaggio per rientrare in patria è la Turchia dove possono ancora contare su una rete di contatti. Almeno 6mila sono già tornati a casa in 33 Paesi diversi: 400 solo in Russia, 800 in Tunisia, 271 in Francia e 13 in Italia. Altri 57 foreign fighter partiti dal nostro Paese sarebbero sopravvissuti e sono super ricercati.