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Bagliori a San Pietroburgo

Puskin fu uno dei pochi a essere tollerato nel periodo sovietico (…). A parte lui ogni altro artista era sospetto. Fu Sostakovic a dirlo seccamente: tutta l’arte era vista con sospetto, tutta la musica, tutto il teatro, tutta la letteratura.

Non soltanto Checov, ma anche Tolstoj. E Dostoevskij. Un capitolo dei Demoni non poteva assolutamente essere pubblicato, si temevano gli effetti per l’uomo sovietico. L’uomo sovietico ha sopportato di tutto: fame, sterminio, guerre – una peggio dell’altra – e i campi di concentramento di Stalin. Ma non potrebbe reggere a quel capitolo de I demoni: crollerebbe”.
Dopo Anime baltiche, Jan Brokken torna a proporre un nuovo, toccante reportage su un angolo di Europa dimenticata, quello straordinario crocevia di storia e di cultura che è stata San Pietroburgo. Come nel precedente volume, anche Bagliori a San Pietroburgo presenta quasi a ogni pagina vecchie foto, vedute di palazzi antichi, ritratti sbiaditi di un mondo perduto per sempre.
L’autore ricorda il primo viaggio del 1975, ingenuo ragazzo nella Leningrado di quei tempi, con una barba lunga e incolta e la camicia a quadri che lo faceva rassomigliare in tutto e per tutto a Solgenitsin; e ritorna quarant’anni dopo, a riscoprire quegli stessi angoli di cultura repressa, letteratura clandestina e poesia taciuta, in uno struggente itinerario che ritrova luoghi mitici e personaggi leggendari. Il racconto prende le mosse da una fascinosa e indomita Anna Achmatova, aristocratica a dispetto di tutto, circondata da artisti, intellettuali e scrittori che non potevano non innamorarsi di lei. Brokken riferisce di una visita di Isaiah Berlin, nel novembre del ’45, che suscitò l’irritazione di Stalin; racconta di Mandel’stam morto in un gulag, di Brodskij processato ed bandito per avere recitato in pubblico poesie proibite. “Chi l’ha riconosciuto e annoverato fra i poeti?”, chiede il giudice rabbioso; “E chi mi ha annoverato fra gli esponenti del genere umano?” è la triste risposta.
Molti sono i musicisti che popolano le pagine di Brokken: da Stravinskij a Rachmaninov, da Youri Egorov (il protagonista di Nella casa del pianista, altro splendido libro dello scrittore olandese) al già citato Sostakovic, che viveva terrorizzato, con la valigia pronta, in attesa della deportazione. Una malinconica passeggiata porta l’autore in Malaja Morskaja, una strada neanche tanto lunga, in cui hanno vissuto, a pochi passi uno dall’altro, Dostoevskij, Turgenev, Ciajkovskij e Gogol’: “E’ solo a San Pietroburgo che può succedere una cosa del genere”. Per tutti questi, e per moltissimi altri rievocati da Brokken, vale quanto scrive Nabokov nelle sue memorie: “Con pochissime eccezioni, tutte le energie creative di orientamento liberale – poeti, narratori, critici, storici, filosofi e così via – avevano lasciato la Russia di Lenin e di Stalin. A Berlino e a Parigi i russi formavano una colonia compatta. (…) Ma andarsene da San Pietroburgo per molti significava: non essere più a casa da nessuna parte”.