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Prima di Muti al Teatro dell'Operaraffiche di ap...

ROMA «Dopo questo finale della Quinta sinfonia di Shostakovich, che è drammatico ma anche sarcastico, non si dovrebbero fare bis. Stasera, però, abbiamo in teatro il presidente della Repubblica e l'orchestra di Chicago è felice di stare qui, nella Città Eterna,


di fronte a un pubblico così bello. Ci sono in palcoscenico la bandiera italiana e quella americana. Un bis ci vuole, ma deve essere come quello del Va', pensiero che abbiamo fatto insieme l'anno scorso. Ancora Verdi, la sinfonia della Forza del destino. Ben rappresenta l'energia di un compositore che tanto ha lavorato per rendere la nostra patria unita ed è riuscito a ottenere che il mondo guardi con gratitudine all'Italia. Come scrisse D'Annunzio, Verdi «pianse ed amò per tutti». Dedichiamo il bis a lei, signor Presidente, e all'Italia». Con queste frasi Riccardo Muti ha introdotto una memorabile esecuzione del pezzo verdiano, ieri sera all'Opera di Roma, dopo un trionfale concerto che il pubblico, fiorito anche di ministri, manager e artisti, ha salutato con diciassette minuti di applausi.

Nino Rota per cominciare; Richard Strauss e Dmitri Shostakovic per continuare. In uno smaltato Costanzi (il sovrintendente De Martino e il direttore artistico Alessio Vlad hanno fatto montare in palcoscenico, per l'occasione, la nuova conchiglia lignea che abbraccia l'orchestra e, sulla facciata esterna del teatro, pennoni, bandiere e una gigantografia di Muti sul podio dell'ensemble americano) il maestro ha guidato la «sua» Chicago, il più prestigioso dei complessi statunitensi, nel primo dei concerti italiani della tournée cominciata a Mosca e a San Pietroburgo. Domani Napoli, il San Carlo; poi Brescia e Ravenna. La Russia ha riservato alla Chicago trionfi da ricordare, che ci sono arrivati via web. Televisioni e fotografi hanno immortalato laggiù il maestro, sorridente, sommerso dai consensi e dalle richieste di bis, al centro della compagine che conosce da quarant'anni (il primo concerto fu nel 1973 al Festival di Ravinia) e della quale è responsabile musicale dal 2010. Eppure, l'Italia fa un altro effetto, a Muti. Lo illumina di significati ulteriori, di fierezze all'antica. Non a caso ieri sera, fin dall'inizio, lo si è visto anfitrione felice, «padrone di casa» contento di ospitare, nel Teatro di cui è direttore onorario, l'intimidente schiera dei fenomeni dell'Illinois. Ha già innestato, sulla perfezione tecnica dei musicisti americani, l'indaco del Mediterraneo, quel tanto di tormento cui l'estasi deve la propria metà.

Nelle musiche di Rota per Il Gattopardo di Visconti, scelte da Muti in omaggio al compositore che è stato anche suo mentore, il «suono italiano» si è così rivelato con il suo calore, la sua morbidezza, le sue tinte, la sua bellezza cantante. I temi della suite, che Rota riprese da una composizione giovanile, la Sinfonia sopra una canzone d'amore, si sono materializzati in immagini, hanno costruito atmosfere, richiamato sentimenti. Romantico e rapinoso, il tema d'amore che unisce Angelica e Tancredi ha incatenato tutti i sensi e fatto sognare chi crede, a ragione, nell'utopia della giovinezza. Abbiamo rivisto le stanze del palazzo di Donnafugata in cui Tancredi ha rincorso e preso la bella figlia di Calogero Sedara. E tra i leggìi è serpeggiato odor di zagara, di miele, di agrumi appena staccati dall'albero. Doverosamente più muscolare, in tutti i reparti, la prestazione riservata al terzo dei poemi sinfonici di Strauss, Tod und Verklaerung (Morte e trasfigurazione). Muti ha plasmato la forza dell'orchestra - esaltandone nel contempo il virtuosismo - con una cifra direttoriale immensa. Ha ottenuto struggenti «pianissimo» e, con la stessa schiettezza, contrasti caravaggeschi, sfumature di rara bellezza che ci si augura tutti abbiano colto. L'ensemble impara, con lui, il sospiro e la tempesta, la malinconia che non è tristezza, la ribellione come espressione di libertà.

Il poema sinfonico straussiano (1924) può così sviluppare, meglio di sempre, l'idea della Morte come momento che sintetizza e fa rivivere ad ogni individuo, dolorosamente, tutto il suo passato, garantendogli però l'estrema purificazione. Infine, Shostakovic. Nella Sinfonia che traccia le differenti fasi della personalità umana, Muti chiede alla Chicago un'espressività molto articolata che restituisca l'alternanza di pena ed esaltazione prevista dalla partitura. E ricava dal terzo movimento, quel «Largo» che molti non considerano la parte più compiuta del pezzo, preziosi accenti di dubbio e di sofferenza grazie ai quali l'ottimistico epilogo viene poi (come giusto) smascherato.

La Quinta sinfonia (1937) testimonia non a caso il travaglio del compositore, costretto dal regime sovietico all'autocritica e all'abiura delle proprie tensioni innovatrici. Il sottotitolo è infatti «risposta pratica a una giusta critica». Ecco allora le cupezze, i cieli di piombo, il pessimismo, la discesa agli Inferi a tempo di marcia, la desolazione diffusa. Fino all'epilogo, così tronfio e trionfale da autodichiararsi caustico, falso, intimamente ribelle. Nel camerino, Muti ha poi lanciato l'ennesimo appello per la cultura: «Il nostro è un patrimonio culturale ineguagliabile e va difeso. Per la cultura bisogna fare di più». Infine un'iniezione di fiducia: «Io credo nell'Italia, ce la faremo».