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Torino a San Pietroburgo, i tifosi in coda all'Ermitage scoprono l'Arte povera

n coda non sanno dove è Torino e neanche che dentro il Palazzo di inverno, insieme a strati di storia e stanze reali riempite di capolavori, c’è un viaggio nell’Arte Povera. La maggioranza si ritrova lì senza saperlo, al terzo piano, dove l’Ermitage incrocia il Castello di Rivoli e la Gam, dove si passa dinanzi alla sequela di Fibonacci con vista sulla piazza della rivoluzione.

Nel bel mezzo del Mondiale, dopo ore di attesa per l’ingresso, di visita sublime e caotica insieme, di estasi e pessime indicazioni, il museo più bello del mondo con la peggior segnaletica di sempre, si apre in percorsi inediti. L’Arte Povera non è mai passata di qui, è la prima mostra monografica sul tema, proposta dentro a un gioco di scambi sull’asse Torino-San Pietroburgo. E in questi giorni di sciami calcistici è quasi un esperimento sociale.  

Un ragazzo tenta un improbabile selfie dinanzi alla targa con il nome di Courtois, inteso come il pittore di epiche battaglie, ma celebrato come omonimo del portiere del Belgio. Non ha proprio idea di che mondo può trovare quando si trova dinanzi alla scritta «Che fare», non sa chi è Merz e a differenza del preparatissimo gruppo russo dietro di lui non si chiede se la domanda evoca un celebre discorso, diventato poi libro, di Lenin. Il neon lo attrae lo stesso e nonostante fosse convinto di girare i tacchi dinanzi alla parentesi contemporanea, attraversa l’intera esposizione. Così come la torcida del Costa Rica, tutti con la maglia ufficiale, con tanto di tessera del tifoso al collo. Avrebbero una guida, solo che l’hanno seminata tra Tiziano e Raffaello. Hanno fatto le scale per una tregua dalla folla e ora guardano la natura secondo Penone. Al ritmo giusto, comunque. 

La signora di Mosca si aggiusta l’acconciatura dinanzi allo specchio di Pisoletto, moneta l’effetto che farebbe l’opera nel suo salotto. E l’arte è anche fatta dalla voglia che ipoteticamente avresti di portartela a casa o della curiosità che scatena. Due colombiani stanno piegati a scrutare il metro cubo, sempre Pistoletto, e un peruviano cerca casa sua sopra la mappa di Boetti. I brasiliani vorrebbero accennare un coro per Marcelo sotto il Bar illuminato di Kounellis, ma vengono bloccati subito. Con cortesia. Non se la prendono, scattano a ripetizione. 

Sono quasi tutti sudamericani che non capiscono bene dove sono finiti però restano lo stesso e russi che invece sono venuti proprio per vedere l’Arte Povera allestita all’Ermitage fino al 16 di agosto. Una deviazione dentro un mese di partite e una scoperta perché l’Italia non è in Russia, però Torino sì e sta pure sui cartelloni in giro per le strade. Tra l’altro, il posto più considerato del momento è un igloo su una terrazza, costruito con teli e tubi. Forse i ragazzi di Secret place sono già passati a vedere Merz o semplicemente resiste l’idea di un riparo per vagabondi, in mezzo a un Mondiale poi serve. Soprattutto se non c’è traccia di azzurro in queste notti bianche e la nostalgia va curata all’Ermitage dove la curva va al museo e i gatti, considerati da tempo oracoli, fanno previsione sui risultati. L’Ermitage ha aperto al Mondiale felice del pienone e provato dalle orde. La cultura non si tiene a distanza, partecipa e capovolge le prospettive: il micio cieco Achille ha fatto intendere con un graffio alle bandierine che Messi tornerà a casa presto e l’Italia qui, per molti a sorpresa, c’è. Povera e bella.